#Focus: Aggiornamenti, questi sconosciuti. L’odissea degli OEM

La questione degli aggiornamenti è una delle più delicate in ambito tecnologico, diventata un punto cruciale soprattutto con l’avvento degli smartphone (e per questo dobbiamo ringraziare la Apple, cuisque suus).

La pretesa di avere un aggiornamento sul proprio device, che si tratti di smartphone o tablet, è una sorta di “diritto acquisito” dell’utente, che, nell’era del consumismo sfrenato, cerca di tamponare e rallentare il cronometro dell’obsolescenza programmata.

Diversa, ma neanche tanto, è la questione su pc: anche Microsoft con Windows, nonostante sia venduto come software e non legato a un harware di produzione propria da cui guadagnare (come nel caso dei Mac), a partire da Windows 8 sta seguendo la strada degli aggiornamenti gratuiti.
Windows 8.1 è stato diffuso tramite update da Store per i pc con a bordo Windows 8 (15€ era inizialmente il costo per aggiornare da Windows 7), mentre l’aggiornamento a Windows 10 sarà offerto gratis a chi possiede un computer con Windows 7 o 8, se si deciderà ad aggiornare entro un anno dal rilascio del nuovo sistema operativo.

Una specie di diritto preteso, sì, ma che non è assolutamente ingiustificato (a parte per le ditte, le quali invece devono vendere sempre nuovi prodotti per ricavare profitti).

Perché non ingiustificato? Perché l’utente che spende i suoi sudati risparmi per acquistare un device, soprattutto se ne spende molti, implicitamente si “affida” al produttore, aspettandosi che il rapporto non si limiti alla compravendita, ma vada oltre e duri nel tempo, facendolo sentire valorizzato e legittimato nell’acquisto attraverso la valorizzazione del prodotto: e questo passa essenzialmente e obbligatoriamente attraverso gli aggiornamenti (di solito chi bazzica nella fascia bassa ha poche pretese a questo riguardo, e si accontenta di avere un prodotto che sia semplicemente funzionante e abbastanza duraturo, com’è naturale che sia).

Ma come si comportano, nei fatti, i vari OEM per gli aggiornamenti sui propri smartphone?

Il discorso varia, ma non troppo, a seconda del sistema operativo con il quale decidono di commercializzare i vari prodotti.

Partiamo innanzitutto da chi il sistema operativo lo realizza.

Android: dalla release di Ice Cream Sandwich Google ha stabilito dei termini ufficiali, annunciando che i device commercializzati sotto marchio Nexus (ovvero gestiti da Google stessa per quanto riguarda la parte sotware) avrebbero ricevuto tutti gli update disponibili fino a 18 mesi dalla loro uscita. Stesso termine è stato imposto, ma solo per i top di gamma, agli OEM che implementano Android sui propri device, ma nei fatti sappiamo che, oltre ai tempi colossali per il rilascio dell’aggiornamento, le case produttrici si comportano molto diversamente da quanto dettato dalle linee guida di Google.

Apple: il discorso per la mela morsicata è un po’ diverso. Non ci sono case produttrici che realizzano gli iPhone (si limitano ad essere fornitori di singoli componenti), e tutta la linea di produzione è curata e supervisionata da Apple stessa, che all’uscita di ogni nuova versione del suo SO, aggiorna, o meglio, obbliga all’aggiornamento, anche i modelli precedenti (con i dovuti limiti di hardware).
Tuttavia qui subentra un elemento diverso: con i nuovi aggiornamenti i “vecchi” modelli diventano sempre più inutilizzabili, poiché per un’esperienza d’uso veramente godibile è richiesto un hardware più potente. Più che “cura del cliente” io la chiamerei “obsolescenza programmata 2.0”.

Microsoft: dopo la grande caduta di stile del mancato aggiornamento da Windows Phone 7.5 a Windows Phone 8 (con la amara consolazione di un fac-simile di quest’ultimo con Windows Phone 7.8), sicuramente legata a pressioni da parte dei partner commerciali (leggi: OEM), a Redmond si sono riscattati con la politica adottata a partire da Windows Phone 8.
Gli smartphone che lo montavano si sono visti arrivare, in teoria, l’aggiornamento a Windows 8.1 (e “minor” update vari) ed è stato promesso (ma noi prendiamolo con le pinze) anche l’aggiornamento all’imminente Windows 10.
Dico “in teoria” perché l’ultima parola spetta agli OEM e, in misura minore, all’operatore telefonico sotto il quale lo smartphone è venduto.
Questo poiché, a differenza di Apple e similmente a Google, Microsoft forniva esclusivamente il SO.
Almeno fino all’acquisizione di Nokia.
Per quanto riguarda invece l’esperienza d’uso, personalmente posso confermare, avendolo sperimentato su un Lumia 520, che gli aggiornamenti non l’hanno peggiorata, anzi.

Passiamo ora a una rapida carrellata dei principali produttori.

HTC: quello della casa taiwanese è un caso esemplare.
Htc ha fatto la storia dei palmari all’epoca di Windows Mobile (leggendario l’HTC HD2), ed è stata anche il produttore del primo Nexus. Contraddistintasi sempre per i materiali di prima qualità e per i prezzi non alla portata di tutti, come si è comportata nei confronti degli aggiornamenti?
IN MODO COERENTE. Cosa significa? Significa che, a meno di qualche intervento divino, HTC ha fatto agonizzare gli utenti in attesa degli aggiornamenti, sia che si trattasse di smartphone Android, sia che fossero Windows Phone (nonostante per questi ultimi, a parte qualche aggiornamento dei driver, il procedimento fosse semplicissimo).

Mentre per quanto riguarda Android, con la linea One, HTC si sia inventata qualcosa che ha chiamato addirittura “Htc Advantage” (dovrebbe essere chiamato “l’aggiornamento minimo garantito”), con i suoi Windows Phone la storia è più travagliata.

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Prendiamo come esempio il caso degli HTC 8S e 8X.

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Dopo aver candidamente bollato l’HTC 8S come “non aggiornabile” per motivi misteriosi (la classica scusa è quella dell’hardware non compatibile), l’HTC 8X, ex top di gamma prima dell’avvento oltreoceano dell’M8 for Windows (di cui già il nome sembra un favore a Microsoft, ma lasciamo perdere), non aveva ricevuto ancora l’aggiornamento a Windows 8.1, se non fosse stato per la developer preview che Htc non controlla!

Aveva, perché, a quanto pare, almeno in Germania, alcuni modelli no-brand hanno miracolosamente ricevuto ADDIRITTURA l’update a Windows Phone 8.1.1 due giorni fa!
Ma la speranza dei possessori di questo device è stata come una cometa.
Dall’Australia e dall’account ufficiale Twitter, sono arrivate infatti, conferme o silenzi assensi, che fanno intendere che quello della Germania sarà un caso isolato.

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Che dire? Lasciamo parlare Wikipedia, che nella pagina dell’HTC 8X, sotto la voce Windows Phone 8.1, riporta questo:

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– Passiamo a NOKIA.
Prima che fosse ultimato il processo di acquisizione da parte di Microsoft, Nokia si era già “data tutta” a Windows Phone.
Non c’è bisogno di spendere molte parole in proposito e sulla bontà della casa finlandese per quanto riguarda feature e aggiornamenti su questo sistema operativo. Basti dire che Denim è in dirittura di arrivo su tutti i suoi smartphone Windows Phone 8 e 8.1.

– Concludiamo con SAMSUNG.
Per quanto riguarda i terminali Android, la politica è quella comune di aggiornare solo i top di gamma, e non di certo appena viene ufficializzato da Google.
Sul versante Windows Phone, il discorso è simile: il suo unico modello Windows Phone 8, il Samsung Ativ S, è stato aggiornato a Windows 8.1.1, quando ormai gli utenti stavano perdendo le speranze.

Che dire? A mio modo di vedere, un aggiornamento è veramente tale se porta delle migliorie e non se va a inficiare l’esperienza d’uso del proprio device (quello lo chiamerei invece “danneggiamento”).
Inoltre è essenziale per una fidelizzazione del cliente: si veda da un lato il caso di Sabino e dall’altro la tendenza degli utenti iPhone a rimanere fedeli al marchio della mela morsicata.

Microsoft ha fatto una scelta vincente acquisendo Nokia, slegandosi in questo modo dalla dipendenza dagli OEM e prendendo in mano la situazione, proprio come Apple.
Non per niente, ormai Lumia e Windows Phone sono diventati sinonimi intercambiabili.

Staremo a vedere con Windows 10. Le premesse ci sono tutte.

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Con la passione per la scrittura e maniaco di tecnologia, un esploratore dei recessi della comunicazione e dei suoi mezzi: un Indiana Jones dell'era digitale