La teoria della mano invisibile nel settore smartphone: qualche caso

Mano invisibile - Smith - Windows Mobile - Huawei - Concorrenza - Windows Lover

Perseguire un fine individualistico potrebbe portare giovamento a molti altri? Secondo l’economista Adam Smith, sì. Almeno a livello economico. E nel nostro settore, invece, esiste la c.d. “mano invisibile”?

Chi ci legge da tanto tempo saprà benissimo che, di tanto in tanto, amo realizzare questi focus un po’ “anomali”, nei quali provo a convogliare un po’ di quelle cose che seguo con interesse, così da fornire un punto di vista alternativo – e, spero, non scontato – rispetto ad argomenti che abbiano a che fare con l’hi-tech o, più nello specifico, con gli smartphone.

Oggi vi racconto una cosa molto interessante che ho studiato in economia. Nel 1776, nel suo saggio “La ricchezza delle Nazioni”,  l’economista Adam Smith enunciò alcune teorie che avrebbero dato forma alla economia politica che si studia ancora oggi.

Una delle “metafore” più efficaci di tale testo, in parte validissimo ancora oggi a livello di “umore economico collettivo”, è quella della c.d. MANO INVISIBILE. Non vi preoccupate, non è una lezione di economia, quella lasciamole a chi le sa fare. Se vi cito questo piccolo passaggio è solo ed unicamente per farvi comprendere una cosa ancora diversa, ma secondo me interessante.

La teoria della mano invisibile, reloaded

Secondo Adam Smith, all’interno del libero mercato, chiunque operi per il raggiungimento del proprio utile, indirettamente – quasi come se ad operare fosse una forza invisibile – persegue l’interesse economico dell’intera società. Ad esempio, un imprenditore intento a investire capitali su un territorio, cercherà di remunerare quel capitale in maniera da trarne un utile (per sè). Tuttavia, pagando le tasse, assumendo forza lavoro, acquistando materiali e così via, agirà in maniera “involontaria” anche per un interesse diveso dal proprio, che avvantaggerà cioè anche altri membri della collettività.

Sperando di essere stato chiaro e non avendo certo l’intenzione di essere esaustivo, prendiamo questo concetto e portiamolo alle “cose nostre”, per analizzare un po’ una questione che già avevo trattato ne “l’importanza della terza scelta“.  Partiamo con un esempio e proviamo a discuterne.

L’azione di uno genera “contro reazioni”

Apple, un bel giorno, presentò al mondo un oggetto chiamato iPhone. Da quel giorno, nonostante già altri avessero tentato la strada del “touch+app” (magari anche con prodotti qualitativamente migliori) venne imposta una rotta commerciale che, nel volgere di pochissimo tempo, decretò la semi scomparsa dei dispositivi con “i tasti”, nonchè una nuova strada fatta di miglioramenti continui alla tecnologia, che portarono dagli schermi resistivi a quelli capacitivi e via discorrendo.

Un esempio molto noto, questo, che racconta di come una scelta efficace, portata sul mercato con convinzione (!), possa in qualche modo avere un primo effetto evidente del quale dobbiamo prendere nota: qualla scelta è riuscita a cambiare quel dato mercato e ri-definirne la fisionomia. Le conseguenze della scelta riguarderanno molto da vicino i concorrenti, i quali, proprio a causa di tale “scelta”, dovranno modificare il proprio piano di sviluppo e spingere il settore ricerca&sviluppo a raggiungere, eguagliare o addirittura superare l’innovatore. Tutto ciò che serva, insomma, per restare nel ventaglio delle preferenze del consumatore (parola pessima, grrr) e non chiudere baracca.

Tutto ciò produrrà effetti meno evidenti e più duraturi della “novità” in sè, che potremmo chiamare “conseguenze collaterali“. La lotta per emergere decreterà la nascita di novità ed innovazioni utili a restare sul mercato nel lungo periodo, nel tentativo di contrastare o di anticipare le mosse degli altri. In questo senso, pensiamo al motore a scoppio: un propulsore attuale è lontanissimo parente di quelli di meno di 20 anni fa, considerando che le varie case automobilistiche hanno apportato modifiche (elettronica, cinetica, etc.) sostanziali tese a ridurre consumi ed emissioni inquinanti. Per non parlare dei motori a movimento elettrico, i diesel, i wenkel, etc.  Chi non è stato in grado di realizzare novità oppure ottimizzare le prestazioni della tecnologia essitente, è perito o ha scelto di attuare il buy, cioè “acquistare” da chi aveva le conoscenze (e quindi le compentenze e la competitività-vantaggio) per “fare”. Ciò, con tutte le conseguenze positive e negative del caso in termini di “bagaglio di conoscenze” e di “futuro” per l’azienda.

Questo è il percorso che ha portato i motori a scoppio a vincere la concorrenza della trazione animale, il DVD a cancellare il VHS, internet a modificare il rapporto tra utenza ed informazione e tantissimi altri esempi dei quali possiamo essere testimini diretti e non.

Uniamo i due concetti

Oggi leggevo di Huawei e della sua decisione di creare un “super smartphone”, cioè un telefono che possiede due caratteristiche “assolute” e predominanti:

  • una betteria a carica super rapida, dalla capacità enorme;
  • l’assenza sulla superficie del telefono di tasti e fotocamera.

Possibile? Senza tasti e senza fotocamera? Ebbene sì. Pare che l’idea di fondo sia di “tentare” una nuova idea di telefono, che si poggi su un corpo centrale “di elaborazione” e che si affidi a periferiche esterne modulari che possano espandere le funzionalità dell’elemento centrale. Un po’ come avviene per altri oggetti, come gli antifurti per le case.

Buona o non buona, questa idea gravita attorno alla necessità di “differenziarsi” e di generare maggiori “vantaggi”. Ora, tralasciando la sorte commerciale di questa idea, ciò di cui dobbiamo discorrere qui, oggi, è la portata di una “scelta”.

L’azienda, attuandola, sta perseguendo il prorio “utile” e cioè:  1) farsi conoscere ancora di più; 2) incassare soldi dalla eventuale buona sorte dell’idea; 3) avere così altri soldi per spingere ancora il settore ricerca&sviluppo.

Tale azienda, però, in parallelo, spingerà i suoi competitors (nel caso di Huawei: Samsung, Microsoft, Apple, Lenovo, Lg e tutti gli altri grandi nomi del settore) a “fermarsi un attimo” ed a considerare questa “novità”, non tanto a livello di “è buona, non è buona“, quanto piuttosto per valutare se quel tipo di nuova idea potrebbe essere potenzialmente innestata nel proprio business, tanto da determinare un ipotetico futuro vantaggio, qualora funzionasse. La domanda delle domande è: l’idea potrebbe o meno funzionare, ok, ma… Noi sapremmo fare altrettanto o di meglio?

Quando un’azienda mira ad alzare l’asticella, le altre devono considerare anche le idee di un competitor potente, semplicemente perchè è “necessario”. E questo tipo di ragionamento racconta semplicemente come perseguendo il “proprio” interesse, tornando alle parole di Smith, il privato porti avanti un vantaggio per l’intera economia e per gli individui.

Questo discorso va benissimo anche per la concorrenza, considerato che se non vi fosse competizione tra aziende e se vivessimo in un mercato duopolistico o monopolistico, la corsa all’innovazione non sarebbe giustificata dal dover “contendere” il mercato all’altro marchio, se non in misura molto piccola. L’unico sprono potenziale potrebbe essere il “costo” (che diventerà anche una parte del prezzo finale) quale elemento di discrimine tra il preferire un’azienda ad un’altra. Ma questo diventa non del tutto vero in un mercato in cui le scelte di “prezzo” debbano essere prese solo tra pochi competitori.

L’unica altra (grande) discriminante potrebbe essere la “moda”, che nella nostra equazione spiega fenomeni altrimenti fuori dal campo della “razionalità” come accade per i prodotti Apple: se non vi fosse un potente marketing a “indirizzare” una scelta irrazionale come quella del parametro “Moda/stile”, Apple si sarebbe estinta da anni, con ogni probabilità. E negli anni ’90, complice un potere di acquisto ridotto ed una concorrenza forte, Apple ha rischiato davvero di “sparire”.

Nuovamente, però, entra in gioco il meccanismo della “mano invisibile” (secondo questa mia personale interpretazione): se la moda “tira”, cioè se risulta essere un parametro che piace, allora è cosa buona e giusta spingere anche in quella direzione, facendo sì che le aziende dedichino maggiore cura al design, all’appeal del marchio o ad aspetti quali l’uso di materiali di un certo pregio, ma che a livello funzionale sono meno “utili” di altri. Un esempio? Back cover di ceramica versus policarbonato: quale dei due materiali scegliereste per un guscio solido, a prova di urti da vita quotidiana, che resista ad una caduta seria e che non lasci scivolare via il telefono come una trota? La risposta, alla vostra esperienza.

Quel che possiamo dire, in conclusione di questo articolo (nel quale ho anche inglobato la notizia su Huawei) è che avere scelta è sempre un bene. Ma anche – forse soprattutto – che il mondo è un organismo i cui complessi meccanismi possono in parte portarci a capire  meglio (ma non a giustificare per forza) alcune scelte di una grande azienda – tipo Microsoft – che apparentemente sembra remare contro i suoi stessi utenti, portando servizi o app su una piattaforma concorrente.

Il divenire delle cose è molto più grande ed ampio di quello che possiamo immaginare ad un primo sguardo distratto. E, come dicevo giusto qualche giorno fa (vedi intro), i primi a dispiacersi del calo delle vendite di Windows Mobile dovrebbero essere proprio i competitors di Microsoft e gli utenti delle ultime due piattaforme superstiti. Arriverà il tempo in cui chi ora aspetta Android 7, attenderà con la stessa trepidante attesa buone notizie sulla rinascita di Windows Mobile? Spero di sì. Perchè il vantaggio è collettivo, non solo di una “fazione”. Ma questi aspetti possono essere capiti solo con un ragionamento libero da condizionamenti e inutili partigianerie.

Tutte le dinamiche alla quali abbiamo fatto cenno operano come una incredibile mano invisibile che porterà vantaggi diffusi non solo a chi dovesse trarre profitto da quella certa idea, ma anche a coloro che a pioggia ne beneficeranno al di fuori della competizione. Ribaltando il discorso, arriverà il giorno in cui chi pensa ancora ad altri ecosistemi in termini di “concorrenti”,  dei quali è vietato persino parlare (magari qui da noi), si mangerà le mani, pensando che se non ci fosse stata la concorrenza a pungolare Microsoft, allora Holo Lens sarebbe stato solo un nome in codice di un progetto polveroso, seppellito sotto i fogli della scrivania di un annoiato CEO che passa la sue giornate a valutare bozzetti per la nuova interfaccia grafica di Prato Fiorito 2016.

Meditate, gente, meditate.

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