Smartphone e batteria: un viaggio tra costi e nuove scoperte

Quanto dura la batteria del vostro smartphone? E perché nei bei tempi passati, good old times, una batteria da una manciata di mAh durava giorni? Ma soprattutto, vedremo mai delle batterie migliori per i nostri smartphone?

Prima di tutto voglio sfatare la falsa credenza che hanno i miei genitori e, soprattutto, i miei nonni e che si esprime con un sonoro “Ma sempre a caricare questo cellulare! Quanto mi consumi di corrente!”.

Ecco, no.
Io non ci sto.
E se anche a voi capitano queste strigliate, ora potrete rispondere, soldi alla mano.
Vi basteranno pochi euro per acquietare gli animi dei vostri parenti: in un anno si consumano circa 4,50€.
Sì, avete capito bene.
Se poi avete l’abitudine di lasciare il vostro cellulare a ricaricare per ore anche quando ha da tempo raggiunto la carica del 100%, dovete aggiungerci qualche altro spicciolo, dato che viene impiegata una quantità di energia pari a 2,24 Watt (a confronto dei 3,68 Watt che sono usati durante la fase della carica).
E se lascio il mio carica batteria attaccato alla presa dopo aver scollegato lo smartphone? Beh, lì il consumo scende ancora, attestandosi a 0,26 Watt. Spicciolini, sì, anche se, in fondo, è sempre bene evitare gli sprechi (sì, sto facendo opera di autoconvincimento).

Ma non è solo di sprechi che si parla: una carica eccessiva, così come una non sufficiente, ridurranno ineludibilmente la vita della vostra batteria, e dopo non molto dovrete cambiare quella.
Credo sia proprio questa la spesa più ingente di comportamenti di carica scorretti.

Ma d’altra parte, la potenza, la vita e il numero di cicli delle batterie dei nostri dispositivi non sono un po’ troppo esigui?

A proporre una soluzione è un team di scienziati coreani, nello specifico scienziati dei materiali, che hanno costruito microparticelle rotondeggianti, stile pon pon, di grafene, spruzzando gocce di ossido di grafene in un solvente: qualcosa di simile a una frittura.

friedgraphene

La tecnica potrebbe fornire delle componenti semplici e versatili per creare batterie e device molto migliori dal punto di vista dell’energia.

Perché il grafene? Perché, come saprete, possiede un’eccellente conduttività elettrica, stabilità e un’ampia superficie che non è però sfruttata dai metodi standard per la produzione di grafene, che creano sottili strati di grafene che si aggregano o si impilano tra loro, rendendo il materiale difficile da lavorare.
Si è quindi cercato di creare forme tridimensionali con un’alta densità di materiale.
È stato così che il professor Park e il suo team hanno pensato di creare particelle di forma tonda, e, nello specifico, di pon pon: nano-strati di grafene che si irradiano dal centro aumentando così la superficie esposta, con nano-canali che migliorano il passaggio della carica.
Per creare questa forma, i ricercatori hanno semplicemente fatto passare una soluzione acquosa di fiocchi di ossido di grafene attraverso un ugello ultrasonico, che con onde sonore rompe la soluzione in microgoccioline. Infine hanno spruzzato le goccioline in una mistura di solvente organico e acido ascorbico (l’ho sempre saputo che la vitamina C fa miracoli!) riscaldati a una temperatura di 160°.
L’alta temperatura fa evaporare l’acqua nelle goccioline e gli strati di grafene si irradiano verso l’esterno. Ed ecco creati i pon pon di grafene!

Nonostante la capacità elettrica di questi particolari pon pon sia sì impressionante, ma simile a quella delle altre creazioni al grafene, paragonato ad altri metodi per creare grafene 3D, questo è “diretto, semplice, e più facilmente applicabile a livello industriale”.­

Chissà se e quando veramente avremo la possibilità di usare delle batterie del genere.

Per il momento, è meglio preservare quelle che abbiamo. Potrebbero metterci un po’ ad arrivare dalla Corea.

FONTI Informazioni: C&EN, Phonearena

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Con la passione per la scrittura e maniaco di tecnologia, un esploratore dei recessi della comunicazione e dei suoi mezzi: un Indiana Jones dell'era digitale